Un incendio con una presunta finalità intimidatoria ha portato a due ordinanze di custodia cautelare in carcere e a quattro perquisizioni. L’indagine riguarda il rogo che aveva devastato un’azienda di autodemolizione in viale delle Industrie, a Monza, provocando danni stimati dal titolare tra 150.000 e 200.000 euro.
Le attività sono state eseguite dalla Squadra Mobile della Questura di Monza e della Brianza, inizialmente sotto il coordinamento della Procura di Monza e poi della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Milano. I provvedimenti sono stati eseguiti nelle giornate di venerdì 9 e mercoledì 14 ottobre, nell’ambito dell’inchiesta sull’incendio doloso.
La ricostruzione dell’azione
Il rogo era divampato intorno alle 22 e aveva richiesto l’intervento dei Vigili del Fuoco e delle Volanti della Questura. Il tempestivo arrivo dei soccorritori aveva impedito alle fiamme di raggiungere le proprietà confinanti. Secondo l’ipotesi accusatoria, l’azione sarebbe stata pianificata e commissionata come ritorsione.
All’origine dell’incendio vi sarebbero stati contrasti legati a un precedente procedimento penale per un sistema di truffe finanziarie connesse all’acquisto e alla rivendita di automobili attraverso finanziamenti ottenuti con documentazione falsa. Il presunto mandante avrebbe deciso di colpire l’attività dopo che il titolare e il figlio, coinvolti nello stesso procedimento, avevano reso dichiarazioni all’Autorità giudiziaria.
Per gli investigatori, l’incendio avrebbe avuto anche lo scopo di condizionare l’atteggiamento processuale delle persone offese in vista di una successiva udienza. La scelta dell’obiettivo sarebbe stata collegata al fatto che l’azienda rappresentava l’ultima attività economica rimasta alla famiglia dopo i sequestri disposti dall’Autorità giudiziaria.
Le indagini e i provvedimenti
La ricostruzione si è basata sull’analisi delle immagini di videosorveglianza, su decine di intercettazioni telefoniche e ambientali, sugli accertamenti relativi ai dispositivi elettronici e sui dati dei sistemi di localizzazione satellitare. Le telecamere avrebbero ripreso due persone arrivare con un’automobile; una di loro avrebbe scavalcato la recinzione per appiccare il fuoco con liquido infiammabile, mentre il complice avrebbe fornito supporto.
Gli investigatori hanno individuato il veicolo e ne hanno ricostruito gli spostamenti prima e dopo l’incendio. Il quadro indiziario delineato riguarda quattro persone con ruoli differenti: un presunto mandante, un intermediario incaricato di individuare gli esecutori e due presunti autori materiali del rogo.
Due degli indagati risultano inoltre coinvolti nell’operazione antimafia Rinascita-Scott. In considerazione delle modalità dell’azione, della finalità intimidatoria e dei collegamenti emersi, il reato è stato contestato con l’aggravante del metodo mafioso, riconosciuta dal giudice per le indagini preliminari nella valutazione cautelare.
Il GIP del Tribunale di Milano, accogliendo la richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, ha disposto la custodia cautelare in carcere per i due presunti esecutori. Un uomo di 54 anni, già detenuto per un’altra causa, ha ricevuto il provvedimento il 9 ottobre. Il secondo indagato, inizialmente non rintracciato, è stato individuato il 14 ottobre all’aeroporto di Malpensa, al rientro dall’Australia, con la collaborazione della Polizia di frontiera e del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia.
Le quattro perquisizioni hanno interessato Bernareggio, Gaggiano, Brembate e Pizzo, anche nei confronti di due persone non indagate ma ritenute vicine ai presunti autori. Sono stati sequestrati telefoni cellulari, l’hard disk dell’impianto di videosorveglianza esterno di un’abitazione e due localizzatori GPS. Il procedimento è ancora nella fase delle indagini e per gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.